Profeta della speranza sulle orme di Don Calabria

fratel Vittorino Faccia

L’infanzia

Vittorino Faccia nacque a Conselve (PD) il 6 settembre 1917 da Luigi e Geltrude Berto, nono di 19 figli: Stefano, Maria (ora deceduta), Agnese (deceduta), Lorenzo, Elena (deceduta), Elena, Carlo (deceduto), Luigia, il nostro Vittorino (deceduto), Guerrino (deceduto), Giuseppe, Luigi (deceduto), Luigi (deceduto), Giovanni, Imelda (che ora e suor Paola, Superiora a Gravina di Puglia, nel convento di clausura delle Carmelitane scalze), Antonietta (suor Geltrude, che vive a Recanati in una casa di riposo per religiose presso il convento del Sacro Cuore), Benito, Gabriella (deceduta), Paolo (detto Paolino, il più giovane).

Papà Luigi lavorava in ferrovia e nel tempo libero faceva il contadino. Teneva una casa e cinque campi affittati dalla Curia di Padova.

Spesso chiedeva la proroga del dovuto pagamento a don Vito, il coadiutore del parroco. Questi lo capiva e cercava di aiutarlo in tutti i modi.

Luigi poi comincio a fare il muratore diventando in breve un piccolo impresario edile. Quello che pero gli aprì veramente la strada alla tranquillità economica fu il lavoro di mediatore di vini. Pian piano si costruì una cantina e divenne commerciante. Avendo l’abbonamento gratis sul treno, si recava in tutti i mercati d’Italia. Non si fermava mai nella città per dormire, ma approfittava del viaggio in treno per riposarsi. Così dopo un mese di lontananza da casa tornava con numerosi ordini da moltissime città.

La mamma Geltrude, sposata molto giovane a 17 anni, si trovava spesso sola a condurre la famiglia.

Tutti le volevano bene, anche i vicini si recavano da lei per consigli e, nonostante la povertà, aiutava i più poveri. Non mandava mai via nessuno senza un piatto di minestra. Diceva che se avesse potuto costruirsi una casa nuova avrebbe voluto che dalla cucina si potessero vedere tutte le camere per controllare la situazione di ogni figlio. Era molto religiosa, da giovane insegnava il catechismo in parrocchia.

Il giorno della nascita di Vittorino il padre piantò numerosi alberi da frutto in giardino, com’era solito fare ad ogni evento, perchè i figli per lui erano come gli alberi che crescendo danno lo stupore e la ricchezza dei frutti.

La madre con il suo ottimismo lo educò alla felicità. Il padre lo avviò al rigore: “L’uomo per la parola, la bestia per la cavezza” soleva ripetere. Infatti, quando si trovava a casa, egli al mattino svegliava tutti i figli con un campanello e non tollerava ritardi nel presentarsi alla prima colazione.

Vittorino da piccolo desiderava molto giocare. Crescendo frequentò volentieri i padri canossiani che avevano un oratorio aperto anche la domenica. Fece la Prima Comunione a 6 anni e la Cresima subito dopo.

Gli piacevano molto i fiori. Chiamava i fratelli minori i suoi “butini” e costruiva per loro altalene e altri giochi per farli divertire.

Alla stazione il papà  aveva fatto costruire un semplice bar in legno. Qui Vittorino, per contribuire all’economia familiare, aiutava la sorella Maria a servire bibite e vino.

Il ragazzo non faceva il chierichetto, ma frequentava regolarmente la Messa. La sorella Agnese era molto religiosa, partecipava alla Celebrazione ogni giorno e aiutava la mamma ad educare i figli minori. Da lei Vittorino imparo la recita delle preghiere. Come don Calabria e come da una lunga tradizione appresa ascoltando le vite dei santi, anche lui, nella casa colonica a due piani che ospitava la grande famiglia, aveva costruito il suo piccolo altare per la preghiera.

I problemi veri scoppiarono quando comincio a frequentare la scuola elementare: in prima venne bocciato due volte, in seconda tre e in terza altre due volte. Finalmente venne licenziato dall’obbligo scolastico grazie ad una maestra che volle fare un piacere alla madre. Il suo scarso rendimento non era dovuto a disinteresse, ma ad un brutto difetto della vista, riconosciuto molti anni dopo, che gl’impediva di distinguere nettamente segni e parole. Leggere e scrivere sarà per lui una fatica che si trascinerà per tutta la vita.

Finito il ciclo elementare entro a tempo pieno come cameriere nel bar della stazione di Conselve gestito dalla sorella. Qui per quattro anni conobbe svariate persone, tra cui molte che annegavano nel vino le fatiche del lavoro nei campi o le delusioni della vita. Il ragazzo era molto tollerante nei loro confronti, solo una cosa non sopportava: quando si lasciavano andare con un linguaggio scurrile e offensivo verso i santi, la Madonna o Dio. Allora il suo carattere impulsivo e focoso lo portava a sfogare la rabbia con gesti inconsulti come cacciare fuori dal bar con la scopa gli avventori troppo loquaci.

Una sera, gli parve di udire anche la sorella dire una parolaccia contro Dio. Si arrabbiò a tal punto che rovescio il vassoio, scaravento per terra una vetrina di dolci ed esclamo: “Basta, mi qua non voi più sentirghene, non ghe sto più in mezzo a tute ste bestemmie” e fuggi in bicicletta verso San Zeno in Monte (Verona) da suo zio Ignazio, fratello laico dell’Opera don Calabria.

Lo zio, fratello di papà Luigi, si era sposato, ma alla nascita del primo figlio gli era morta la moglie ed anche il bambino. L’arciprete di Conselve, molto amico di don Calabria, gli chiese di consolare l’uomo colpito da una così grande sciagura. Ignazio fu tanto affascinato dalla figura di questo semplice prete che decise di seguirlo diventando uno dei primi Fratelli dell’ Opera.

Per il continuo della storia, rimandiamo al seguente sito: http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/fratel%20vittorino.htm