San Giovanni Calabria

Le nostre radici

Don Giovanni Calabria nasce a Verona, da genitori molto poveri, l’8 ottobre 1873. Compie gli studi preso le scuole del Seminario, e viene consacrato sacerdote l’11 agosto 1901. E’ Curato per sei anni a S. Stefano, poi Rettore a S. Benedetto al Monte. Il 26 novembre 1907 apre la “Casa Buoni Fanciulli” in vicolo Case Rotte, trasferendola l’anno seguente in una sede più ampia a S. Zeno in Monte, su di una collina che domina la città di Verona.

Fonda la Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, composta di Sacerdoti e Fratelli e quella parallela delle Povere Serve della Divina Provvidenza, con la finalità di vivere e portare nel mondo la fede in Dio Padre e la fiducia nella divina Provvidenza, dedicandosi ai più poveri e agli emarginati. Dopo la sua morte (4 dicembre 1954) sorge in Uruguay la Congregazione delle Sorelle Missionarie dei Poveri. Il 17 aprile 1988 viene beatificato a Verona da Giovanni Paolo II e da lui canonizzato il 18 aprile 1999 in Piazza S. Pietro.

La consegna del Fondatore è chiara, il suo intento, però, non è principalmente di tipo socio-assistenziale: don Calabria intende scuotere il mondo da un uso materialismo, mostrando attraverso i fatti che Dio esiste, che è Provvidenza e non abbandona gli uomini al proprio destino. Perciò nell’inviare i suoi religiosi tra gli emarginati, egli raccomanda uno stile di vita simile a quello degli Apostoli: senza mezzi, senza pubblicità, penserà la Provvidenza a procurare il necessario. Questo abbandono alla volontà divina si traduce in concreto anche in una discreta flessibilità, che permette all’Opera di attuare suoi interventi a partire dalle provocazioni della realtà più che da teorizzazioni sistematiche. È con questo spirito che l’Opera cerca ancora oggi di continuare la sua presenza e la sua attività nella Chiesa.

Un ragazzo che trovò la sua strada

— Va’ via, va’ a fare il prete, che non sei buono ad altro!… Con queste invettive concitate il padrone di Giovannino gli mollava uno scapaccione e lo metteva definitivamente alla porta.

Col grembiule di bottegaio infagottato sotto il braccio Giovannino si avviò verso casa rimuginando pensieri amari: sì, l’aveva fatta grossa più delle altre, aveva imbrattato in modo irrimediabile un diploma che gli avevano dato da mettere in cornice… Eppure ce la metteva tutta, nel suo lavoro. Che colpa ne aveva lui se la mente gli andava via, se talvolta il vetro che teneva tra le mani gli sfuggiva e andava in frantumi? Per quel lavoro non si sentiva tagliato, ecco tutto.
Intanto però bisognava tornare a casa senza lavoro. Come sarebbe rimasta la mamma, che dopo la morte del marito viveva nella miseria con tre figli a carico? Comunque lui voleva essere prete, e non ne faceva mistero a nessuno. Non alla maniera intesa dal bottegaio, ma prete che si sacrifica intorno alla difficile pasta umana, per renderla migliore, per portarla a salvezza. Che importava a lui dei vetri e delle cornici, quando fuori c’era un mondo che bruciava, c’era povertà e miseria a non finire, soprattutto quei figli di nessuno che vagavano per il mondo pallidi e consunti in cerca di pane e di amore?
Quanto alla mamma, Giovannino sapeva che l’avrebbe capito. Con questi pensieri si trovò davanti alla porta di casa ed entrò.
Mamma Angiolina non ebbe bisogno di molte spiegazioni: l’ora insolita del rientro e quel fagotto sotto il braccio del figlio parlavano da sé. Mamma e figlio si guardarono nella penombra di quella stanza povera e buia, poi mamma Angiolina sospirò:
— La Provvidenza non ci mancherà…

I sette guai di Giovannino

Non era la prima volta che veniva licenziato, Giovannino.
Quando il babbo era morto, e lui aveva tredici anni, aveva dovuto interrompere la seconda ginnasiale e mettersi a guadagnare qualcosa per la famiglia rimasta nella miseria. Fu così che era stato assunto come commesso in un piccolo negozio di oggetti vari gestito da un ebreo.
Idealista com’era, Giovannino era più preoccupato di convertire il suo padrone alla fede che di lavorare. Un giorno salì su una sedia e tenne un sermone al suo principale su Gesù Messia e Redentore al quale tutti devono credere per salvarsi. Poi tornò alla carica altre volte.
Il padrone sulle prime lo ascoltò divertito, e poi lo mandò fuori dai piedi.
Povero Giovannino, che disgrazia nascere sognatori, soprattutto in un ambiente come il suo, dove tutto sembrava andargli a rovescio!
Fin da bambino infatti la sua famiglia fu perseguitata dalla povertà: il papà tirava avanti a fatica col suo deschetto di calzolaio, e la malferma salute lo portò presto alla tomba; la mamma dovette faticare come lavandaia e stiratrice per arrotondare un pochino le entrate; poi c’era la Barbara, una donna anziana, entrata in casa chissà come: probabilmente perché solo chi è veramente povero è in grado di pensare che altri sia più povero di lui e di aprirgli il cuore. Poi c’era Teresa, la sorella, e Gaetano, maggiore di lui.

Questa povertà Giovannino l’aveva sentita mordace fin dal giorno della sua prima Comunione. A Verona in un’occasione così singolare per la vita di un fanciullo la tradizione voleva che il padrino regalasse al suo pupillo un orologio.
— Fa’ vedere il tuo orologio, Giovannino! — gridarono i compagni appena usciti dalla chiesa dopo il rito, mostrandosi a vicenda gli orologi avuti dai padrini.
Giovannino rivolse lo sguardo smarrito al padrino, non sapendo che risposta dare. E il padrino lo tolse d’impaccio mostrando col dito l’orologio sul frontone del palazzo Portalupi:
— Il tuo orologio è quello là…
Più tardi Giovannino vide i pochi oggetti di casa portati al Monte di Pietà. Vide bazzicare per casa gli illustri signori della Conferenza di San Vincenzo, e non dimenticò più che un giorno uno di quei signori andò a scoprire la pentola per indagare che cosa contenesse, e che un altro di quei signori mortificò il suo papà perché fumava.
E una volta, e poi un’altra ancora, dopo la morte di papà, dovette spingere per i viottoli di Verona il carrettino con le poche masserizie tarlate, in cerca di un nuovo alloggio, offerto alla famiglia per la carità di un prete. Sloggiarono dapprima nei locali adiacenti alla chiesa di S. Lorenzo, poi furono accolti dalla carità di una buona famiglia.
Ma che fare ora, che Giovannino era stato ributtato nella propria casa senza lavoro?
La mamma si consultò con Don Scapini, il generoso rettore della chiesa di S. Lorenzo, il quale già si era interessato di provvedere all’alloggio di quella famiglia sfortunata.
— Giovanni è deciso di farsi prete. Ebbene, lo sarà. Lo tenga pure a casa, la mamma, e se ne serva per le faccende che a lui si confanno. Gli lasci però il tempo di studiare. Penserà lui, Don Scapini, a prepararlo al seminario.
Così cominciarono subito le lezioni. Ebbe libri e maestri gratis, e sebbene la scuola non potesse essere regolare, tuttavia al termine dei tre anni Giovanni fu giudicato pronto per gli esami. Li diede il 10 novembre 1892, e fu promosso.
Così poté frequentare regolarmente il seminario come esterno. Ma gli anni di studio trascurati, la fatica di quattro viaggi al giorno per recarsi alla scuola, la denutrizione, le preoccupazioni per le fatiche della mamma e altri non piccoli guai gli resero difficile mettersi al passo dei compagni. Giovanni arrancava, arrancava a fatica. Ma nonostante tutto poté cominciare la terza liceo. I superiori erano molto incerti sul suo conto, erano divisi tra loro. E Giovanni doveva subire anche questa umiliazione. Che cosa decidere di questo giovane che ormai aveva compiuto i vent’anni?
— Lo si vedrà dopo il servizio militare…

Il soldato Calabria

E venne il tempo di fare il soldato.
Con quel temperamento, è evidente, Giovanni Calabria non era tagliato per il servizio militare nonostante che ci mettesse tutta la buona volontà, e forse anche perché ce ne metteva troppa, del soldato non poteva uscirne che la caricatura.
Gli capitò di perdere per strada l’otturatore del fucile. Gli capitò perfino, durante una parata militare in Piazza d’Armi di Verona — dove era stato destinato — di rimanere imbrogliato nell’inastare la baionetta al momento del « presentat’arm » sotto gli occhi del comandante supremo: i secondi passano, lui suda, si imbroglia, perde il controllo, i movimenti si fanno goffi e maldestri mentre la baionetta luccica sinistramente al sole sotto gli sguardi di tutti! Il giorno dopo, naturalmente, arriva la nota di biasimo del comandante per l’intera compagnia di sanità con l’invito a punire il colpevole.
Per colmo d’ironia — non certo per meriti di spirito militaresco — fu fatto perfino caporale! Capacità disciplinare zero assoluto: tanto è vero che una volta, precedendo un plotone che doveva spalare la neve, voltatosi allo «squadra alt» si accorse che i suoi commilitoni se l’erano svignata alla chetichella, lasciandolo solo all’improba fatica. E un’altra volta rischiò di essere consegnato perché il tenente si era accorto che i suoi soldati non erano a letto, ma avevano camuffato la loro assenza mettendo tra le lenzuola e i cuscini i propri zaini.
Eppure il soldato Calabria era benvoluto da tutti, come diceva lui stesso: « Sono stati gli anni più belli della mia vita ». Se l’aspetto militaresco non gli era affatto congeniale, la naia gli offriva tuttavia un campo molto vasto di espansione in ciò che costituiva la sua forza personale: il calore umano, la passione per le persone.

— Mi sono accorto — dirà — che nel soldato è nascosto il fanciullino, che lontano dalla propria casa ha ancora bisogno della mamma.
Soprattutto se il fanciullino era malato. Per sua fortuna il soldato Calabria fu assegnato alla compagnia di sanità dell’ospedale militare di Verona. Lì si fece un nome per la sua bontà, per l’amore veramente materno con cui si prodigava per quei giovanottoni ammalati.

Non brillava certo per chiarezza, tanto che una suora gli gettò in faccia il registro sul quale egli annotava le ricette con una scrittura impossibile. Più di una volta rischiò la consegna per il disordine del proprio letto: «Non ho tempo di farlo», si scusava, ed era vero. A se stesso non aveva tempo di pensare, pensava agli altri senza risparmiarsi. E durante un’epidemia di tifo si prodigò talmente da esserne infetto lui stesso per quaranta giorni. Tutti allora gli furono intorno pieni di premure, superiori compresi, i quali si erano ormai abituati a chiudere un occhio sulle sue sbadataggini, come quando rovesciava la cesta dei medicinali o mandava in frantumi qualche termometro.

Anche dopo il servizio militare, la porta dell’ospedale militare gli rimase sempre aperta, ed egli ne approfittò per fare molto bene a tutti.

Segno di contraddizione

— Oh, bentornato, Giovannino! Come ti è andata la naia?…
Il vociare chiassoso degli amici di un tempo diede a Giovanni un po’ di coraggio, anche se l’anno scolastico non cominciava precisamente sotto propizia stella. Sapeva benissimo, Giovanni, che il servizio militare era stato voluto dai superiori per rimandare la difficile decisione che riguardava il suo sacerdozio. Si adagiò nel suo banco, in attesa che cominciasse la lezione.

Ed ecco che entra in classe il professore, poi nientemeno che lo stesso rettore!
— Oh, Calabria, voi qui?
— Sì. Don Scapini mi ha detto di venire in teologia.
Il rettore tace. Cammina avanti e indietro, finalmente emette la sentenza, in tono duro:
— E’ meglio che ripetiate l’ottava. Sì, ritornate in ottava (terza liceo).
Giovanni Calabria si alza, raccoglie i suoi libri, esce trepidante dal banco, riverisce rettore e professore e si avvia in silenzio verso l’aula della terza liceo. I piedi non lo reggono bene, ma ha il coraggio di aprire la porta e di affidarsi all’altra scolaresca, che lo accoglie sorpresa. L’andamento dell’anno scolastico non è troppo incoraggiante, e all’esame di greco — l’osso duro di Giovanni — Don Scapini si reca in seminario per sostenerne le sorti.

— Gliel’hai dato un sei? — chiede dopo l’esame al professore di greco, suo vecchio amico.
— No, non gliel’ho potuto dare. Non se l’è meritato…
— Possibile!… Possibile?… — esclama desolato Don Scapini.
— Le ripeto, non gliel’ho potuto dare…
Nuovo smarrimento di Don Scapini. Poi l’esaminatore esclama:
— Non gli ho dato un sei. Gli ho dato sette, perché se l’è meritato.
I due amici si presero a braccetto e andarono a prendersi «el nosin», la specialità che Don Scapini teneva in serbo per le grandi occasioni.

Ma le difficoltà non erano finite per Giovanni. Si trattava di decidere se Calabria dovesse vestire o no l’abito clericale, e il rettore rimaneva perplesso, i professori divisi. Allora, nella seduta finale, intervenne Don Scapini:
— Non conosco studente più pio, più umile e più obbediente di Calabria. Nessuno più di lui merita di indossare l’abito sacro. Se decidete in contrario, respingo ogni responsabilità: risponderete voi al tribunale di Dio per questa vocazione!
La fermezza e l’autorità che godeva Don Scapini riportarono vittoria, e Giovanni Calabria poté portare l’abito clericale e iniziare la teologia, ma le difficoltà non cessarono ancora. Quante persone dotte sarebbero ricorse a Don Calabria per avere consigli anche in questioni molto intricate! E quale intelligenza avrebbe rivelato, certo grazie al dono straordinario del consiglio che tutti gli riconoscono, nella difficile arte di dirigere le persone che gli sarebbero state affidate in seguito dalla Provvidenza.

Ma intanto bisognava affrontare la teologia. La sua intelligenza era concreta, intuitiva e non discorsiva; in più gli rimaneva il vuoto di studi degli anni in cui l’intelligenza discorsiva si forma. Quindi la teologia lo fece sudare. Fortunatamente aveva una memoria tenace, e alla fine se la cavò. Gli ultimi esami li fece addirittura con l’antico rettore, che nel frattempo era stato fatto vescovo di Verona: il futuro cardinale Bacilieri.

Al suo turno si estrae la tesi. Giovanni comincia la dimostrazione in latino:
— Primo punto, dalla Scrittura… — e giù gli argomenti.
— Secondo punto, dai Padri della Chiesa —, e le argomentazioni scorrono una dietro l’altra che è una meraviglia.
— Et nunc venio ad tertium punctum, quod est cornutum (E ora vengo al terzo punto, che ha due parti)…
— Basta così — interruppe il Vescovo, trasecolato per tanto sapere. E fu una provvidenza, perché Giovanni il terzo punto non l’aveva preparato.
Come era diventato proverbio, «Calabria cascava sempre in piedi», così fu ammesso al sacerdozio.

Sul giusto binario

In seminario lo studente Calabria fu rimproverato dai professori perché disperdeva il tempo in opere di carità e di apostolato a scapito dello studio. In realtà però non era così: gli altri occupavano il tempo libero a ricrearsi, lui trovava gusto a catechizzare i fanciulli e a consolare gli infermi. In questo comprensibile sfogo ridonava equilibrio a se stesso e l’entusiasmo necessario per proseguire in una vita di studio che non gli dava nessuna soddisfazione. Non era un teorico, lui, e l’apparato scolastico senza questa evasione lo avrebbe inibito. Si sentiva fatto per la vita, vibrava soprattutto per le opere di carità. Sua passione erano le persone vive, specialmente le più sprovvedute. Così nel periodo degli studi continuò a frequentare l’ospedale militare, e con il suo confessore studiò un progetto di assistenza con tanto di regolamento, di impegni precisi e perfino d’indulgenza, concessa dal Vescovo: la pia opera di sollievo ai malati poveri. E intorno ad essa una rete di benefattori.
Si applicò pure a spiegare il catechismo ai fanciulli nella chiesa di S. Lorenzo. E come lo seguivano volentieri! Ci fu anzi un piccolo scavezzacollo protestante che gli divenne amico al punto da farsi battezzare, cresimare e diventare sacerdote!

A orientare definitivamente Giovanni Calabria sul binario della carità intervenne un fatto provvidenziale. Era una tarda sera di novembre, nel 1897, e il chierico Calabria tornava dalla visita a un giovanetto ammalato. Giunto al cancelletto d’ingresso di quella casa, gli parve d’intravedere per terra un mucchio di stracci: si chinò su di esso e sentì il respiro regolare di un bimbo che dormiva.
Lo scosse dolcemente, e riconobbe in lui quel piccolo mendicante di sei anni che in corso Castelvecchio chiedeva l’elemosina ai passanti mostrando il topino ammaestrato che sapeva estrarre il «pianeta della fortuna» coi numeri del lotto. Quante volte si era fermato a dirgli una buona parola e a dargli l’elemosina! Se lo era fatto amico, e il fanciullo aveva fiducia in lui.
— Che fai qui, a quest’ora? — gli chiede.
— Mi hanno battuto, mi battono sempre…!
— Chi ti batte? Perché?
— Mi dicono che sono buono a nulla… Vogliono che porti a casa tanti soldi ogni sera, se no sono botte. Anche oggi le ho prese. E sono scappato…
Il singhiozzo interrotto e soffocato si trasformò in uno scroscio di pianto.
— Vieni con me — gli disse Giovanni. E gli prese la mano, mentre con l’altra il bimbo teneva stretta la gabbia col topolino e la scatola dei pianeti. Mamma Angiolina non mosse lamento. La magra cena apparecchiata fu divisa in due. Poi, aggiustato il materasso su tre sedie, Giovanni vi collocò il bambino. Lui si accontentò dei pagliericcio.
Il mattino dopo Giovanni si consigliò con Don Scapini:
— Che ne facciamo?
— Bisogna esser cauti, raccogliere informazioni…
Le responsabilità giuridiche sono tutt’altro che trascurabili. Padre Natale, confessore di Giovanni, aggiunse il consiglio di chiedere un «segno». E il segno venne: un vestito per il bambino, dono di un ebreo. Poi un aiuto in denari… Si poté desumere che il fanciullo facesse parte di una compagnia di zingari, che probabilmente l’aveva rapito in un paese della riviera ligure e forse per questo si guardava bene dal ricercarlo.
Il bimbo comunque trovò una sistemazione presso gli Artigianelli di Brescia. E Giovanni Calabria, fatto sacerdote, fu condotto a interessarsi della gioventù derelitta.

Le radici in su

— Le opere degli uomini sono come una piramide che poggia in terra e termina a punta; le opere di Dio invece appoggiano in terra appena la punta. Noi abbiamo le radici in su —–. Così dice Don Giovanni.
La sua opera, che si sarebbe tanto estesa, ebbe inizi umili e sofferti. I primi sei anni di sacerdozio Don Giovanni li spese in varie opere di bene che lo arricchirono di preziose esperienze pastorali.
Soprattutto il suo confessionale era molto frequentato: la gente, che fiuta il santo, lo assediava per averne assoluzione, conforto, consigli. Quando c’era un malato difficile, un moribondo, chiamavano lui. E il Cardinale pensò di farlo confessore dei seminaristi.

Ritornò allora in seminario con un certo imbarazzo, rasentando i muri per non farsi notare. Ma un gruppo degli antichi professori gli sbarrò il passo:
— Che siete venuto a fare voi qui?
— Mi hanno chiamato a confessare — risponde umilmente Don Calabria. Allora Mons. Grancelli proclamò con il noto versetto biblico:
— La pietra scartata dai costruttori è stata posta a testata d’angolo.

Nei continui contatti pastorali gli saltò presto all’occhio la condizione di molti ragazzi e giovani trascurati dalle famiglie e abbandonati a se stessi, talvolta nella fame e nel vizio. Ebbe particolare cura degli spazzacamini che scendevano dai monti nei mesi invernali.
Ai fanciulli e ragazzi abbandonati si prodigava per cercare un alloggio, una sistemazione presso qualche istituto, ma non sempre vi riusciva. Allora li portava a casa sua per settimane e anche per mesi, affidandoli alla mamma o a qualche persona buona del vicinato. Cominciò con un frugoletto vivacissimo, nel 1906.

Le noie che questi monelli procurarono alla mamma Angiolina furono tali che essa si ammalò in modo grave. Giovanni temette di perderla. Si confidò allora con il suo amico e benefattore, il conte Francesco Perez, al quale la sistemazione dei fanciulli abbandonati stava a cuore come a Don Calabria. Occuparsi ancora di loro? Ma come avrebbe potuto con la mamma in tali condizioni? Alla fine Don Calabria decise:
— Se il Signore vuole che m’interessi dei fanciulli poveri, ridoni alla mamma la salute almeno per un anno.

Contro ogni previsione, improvvisamente la mamma guarì. E i fanciulli abbandonati continuarono ad avere ricovero presso di lui: uno, due tre…, sei. In quella casa non ce ne stavano di più.
Trovarono allora una casa più ampia. Il 26 novembre 1907 il primo drappello di sette «buoni fanciulli» entrava, in vicolo Case Rotte, nella prima casa dei Buoni Fanciulli.

I commenti maligni del buon senso intanto galoppavano per la città secondo il rituale obbligato di tutte le vite dei fondatori:
— E’ diventato matto! Non ne aveva altre da pensare! — e così via. I giudizi maligni arrivavano, naturalmente, anche in seminario. Arrivò pure, in seguito, la notizia che Don Calabria stava per prendere la casa di S. Zeno in Monte. Il suo ex professore di teologia dogmatica un giorno lo incontrò per strada e lo apostrofò:
— Cosa ti metti in mente di fare, Don Giovanni? Apri una casa così grande, senza mezzi? Pensa bene a ciò che fai, perché corri il pericolo di screditare tutto il clero veronese. Mettiti quieto, fa’ il prete, e non cacciarti in testa di fare tante cose…!
— Lei, professore, mi ha insegnato la dogmatica. — replicò Don Calabria.
— Sì, mi ricordo…
— E mi ha insegnato le tesi sulla Provvidenza…
— Sì.
— Ebbene, professore: io cerco di mettere in pratica quelle tesi. Lei mi aiuti con la preghiera!

Stanotte ho scoperto il Vangelo

— Ho bisogno di parlarti.
— C’è qualche disgrazia?
— Tutt’altro che disgrazia. Ti devo dire una cosa grande.
— Una cosa grande?!
— Sì! Ho letto tutto il Vangelo!
Con questo dialogo Don Calabria comunicava a un amico un fatto decisivo della sua vita. E aggiungeva:
— Il Vangelo l’avevo letto e anche predicato, come prete. Ma ier l’altro, dopo un giorno amaro, non riuscendo a dormire presi in mano il Vangelo e lo lessi tutto, tutto in una notte. E n’ebbi una sensazione insolita. Che cosa grande il Vangelo! Ne restai ammirato, stordito, senti, senti…
E voltava le pagine a salto, segnate in margine a matita.
— Senti! Non vi affannate per il cibo. Gli uccelli non seminano né mietono, e il Padre mio li pasce… Se avrete tanta fede quanto un granello di senape, direte a questo monte «spostati in là» e il monte si sposterà al vostro cenno!

Era l’intuizione di grazia che avrebbe fondato e guidato d’ora in poi tutta la sua Opera. Il numero dei fanciulli e ragazzi abbandonati aumentava, e umanamente non si sapeva come mantenerli. Ma la Provvidenza cominciava a venire incontro a Don Calabria nei modi più impensati.

Una mattina gli si presenta una vecchietta così mal ridotta, che Don Giovanni, prima ancora che questa gli sia vicina, porta la mano in tasca per darle una moneta in elemosina. — No, no, reverendo. Non ho bisogno — gli disse la vecchietta. — Sono io che voglio dare qualcosa per i suoi ragazzi —. E gli consegnò un biglietto di mille lire, che allora valevano assai.

Gente umile e famiglie abbienti andarono a gara per aiutarlo. Le fruttivendole di Piazza Erbe gli portavano frutta e verdura che rischiava di andare a male, e spesso la Provvidenza gli veniva in aiuto in modi miracolosi, come quando gli capitava di impegnare i suoi piccoli a pregare per gravi necessità della Casa.

Quando la casa divenne piccola per il numero crescente dei fanciulli, pensò di comprare un caseggiato più vasto. Cercò, contrattò, e finalmente decise di comprare il grande caseggiato di S. Zeno in Monte, che dominava dall’alto la città di Verona adagiata sul verde intorno al nastro scintillante del fiume Adige.
Vi entrò il 6 novembre 1908 e vi stabilì il suo quartiere generale.

Di lì l’opera dei Buoni Fanciulli si estese ad altre città, e giunse anche lontano, molto lontano! Dapprima si portò a Costozza di Vicenza, a Este in quel di Padova; poi a S. Giacomo di Vago, a Negrar… Giunse a Roma, a Milano, a Ferrara, a Napoli, in Calabria. Infine varcò i confini dell’Italia per raggiungere le terre lontane dell’India, del Brasile e dell’Uruguay, Argentina, Paraguay e Angola, in Africa; Russia e Romania, in Europa…

Ogni fondazione è una storia di fede e di Provvidenza. Quando Don Calabria trovava forti difficoltà, metteva nel terreno della fondazione la sua «mina», cioè una medaglia di S. Benedetto; questa col tempo funzionava, buttava all’aria gli ostacoli, e i Buoni Fanciulli avevano una nuova casa.
Evidentemente un’opera così vasta non poteva sostenersi senza le braccia di collaboratori generosi, pronti ad ogni sacrificio. Ed ecco che, insieme coi fanciulli e i giovani abbandonati, la Provvidenza mandava a Don Calabria persone coraggiose e ricche di virtù, come il conte Francesco Perez, che già si era appassionato alle sue opere caritative, Don Desenzani, e tanti altri che col tempo divennero centinaia. Non senza travaglio Don Calabria diede loro una regola di vita, che, ancor prima del Concilio, dava parità di diritti a sacerdoti e laici, uniti in un solo vincolo d’amore nell’istituto dei Poveri Servi della Divina Provvidenza.

Poi vennero anche le donne: grandi figure femminili impegnate in ogni esercizio di carità sotto il nome di Povere Serve della Divina Provvidenza.

Tutto gli si allargava nelle mani, e anche il suo cuore si dilatava. Difficoltà insormontabili sembrarono più volte rovesciarsi sulla sua grande famiglia, ma Don Calabria sapeva che l’Opera non veniva da lui: la Provvidenza l’avrebbe sorretta in mezzo a tutte le tempeste. Insieme con le opere caritative a favore della gioventù abbandonata, Don Calabria si prese a cuore tutti i grandi interessi della Chiesa, fondando, ancor prima del Concilio, un centro di ecumenismo nell’abbazia di Maguzzano (Brescia), assumendosi il sostegno dell’Unione Medico Missionaria Italiana che invia medici volontari in aiuto dei popoli sottosviluppati, sostenendo le vocazioni sacerdotali e religiose senza distinzione di orientamenti, appoggiando ogni iniziativa del Papa, dei Vescovi e della Chiesa.

Negli anni burrascosi della seconda guerra mondiale Don Calabria era un nome aureolato di prestigio carismatico, la sua parola era accolta come una profezia, e i protagonisti della vita della Chiesa gli furono amici, come il card. Schuster di Milano che gli scriveva per chiedergli consiglio e per consolarlo durante la malattia.

Il grande servo della Provvidenza

— Padre, non ce la facciamo più. Manca ogni cosa, nessuno ci viene in aiuto…
Don Calabria ascolta in silenzio il discorso di quel Superiore di una delle case dell’Istituto, poi si raccoglie a meditare la decisione. Alza infine gli occhi e dice al Superiore: — Qui la Provvidenza vi prova al sommo grado. Per questo, non avendo altro da mandarti, ti mando questa povera creatura, che costa il sangue di Dio. Ricevila in suo nome e per amore, e la casa acquisterà un nuovo miliardo… —. E gli affida un bambino.
Un’altra volta, consegnando un fanciullo deficiente ai Fratelli dell’Ospedale di Negrar, disse loro: — Tenetelo caro. Con la fede vale un miliardo!

Don Calabria sapeva quanto vale un uomo, quanto vale soprattutto un cuore in grazia di Dio. Ed era convinto che la Provvidenza non può mancare. Quante volte, anche di notte, meditava la parola del Vangelo:
— Cercate prima di tutto il regno di Dio. Il resto vi sarà dato in sovrappiù.
E ci credeva sul serio. E voleva che i suoi figli ne avessero la stessa fede.
— Urge il ritorno pratico alle pure sorgenti del Vangelo… O si crede, o non si crede; se non si crede, si stracci il Vangelo — diceva.

Per inculcare ai suoi figli queste convinzioni Don Calabria, come gli altri grandi testimoni della Provvidenza, ricorreva a fatti molto concreti di forte pedagogia. Una volta mandò un sacerdote sulla terrazza a battere i secchi. La gente pensava che battesse per arrestare le api che sciamavano, ed era invece per attirare la Provvidenza, e questa venne.
Un’altra volta mandò un sacerdote a battere alla porticina del tabernacolo di Gesù. Il sacerdote bussa con le nocche della mano, e poco dopo la Provvidenza arriva generosa. La storia dell’opera di Don Calabria è tutta intessuta di fatti del genere, tanto che anche i suoi figli ormai ricorrevano ai metodi del Padre.

Un giorno dell’ultima guerra, ad esempio, venne a mancare il sale in una casa. Il Fratello Economo mandò allora un bambino di quinta elementare in chiesa a invocare la Provvidenza. Il bambino va, prega, ma il sale non arriva. Il Fratello allora manda un altro, poi un altro. Alla porta intanto si presenta un povero e domanda la carità di un pizzico di sale. Il Fratello va in cucina e lo domanda alla Suora. Ce n’è solo un bicchiere, il povero può essere contento: lo riceve e ringrazia. In casa il sale è proprio del tutto esaurito.
Allora arriva una telefonata che avverte di andare a prendere oltre dieci chili di sale. Gratuitamente! Un giorno Don Calabria si trovava privo di denaro e pressato dalla necessità. Andò a rovistare nella buca delle lettere, e vi trovò cinquanta lire. Prese con sé un sacerdote di casa, e andò a «seminarle» tra i poveri delle vicinanze, convinto che la Provvidenza lo avrebbe aiutato in pieno. E così fu.

Un’altra volta volle dare lezione di fiducia nella Provvidenza ai suoi novizi. E diede a ciascuno di essi dieci lire.
— Son venuto a rifornirmi — disse loro —. Il noviziato è il luogo di rifornimento. La Provvidenza ci protegge in modo miracoloso…
Usciti di chiesa, dopo la visita all’Eucaristia, disse loro:
— Vi avevo dato una piccola offerta…
— Sì, — risposero — dieci lire.
— Ecco, — soggiunse — le avete fatte fruttare. E consegnò al Maestro settecentocinquanta lire che nel frattempo la Provvidenza gli aveva mandato.

Questo ricorso alla Provvidenza non esimeva dal lavoro o dalle ragionevoli industrie umane:
— La prima Provvidenza è la testa sul collo — soleva dire. — Anche agli uccelli il Signore ha dato la testa e il becco.
Ma al di là di ogni umana diligenza, Lui e il suo Istituto avrebbero dovuto gridare al mondo la pagina dimenticata del Vangelo della Provvidenza:
— Il fine speciale della Congregazione — scriveva nelle Costituzioni della sua Opera — è di ravvivare nel mondo la fede e la fiducia in Dio, Padre di tutti gli uomini, mediante l’abbandono totale nella sua divina Provvidenza per tutto ciò che riguarda le cose necessarie alla vita, secondo l’insegnamento del Signore: «Cercate in primo luogo il Regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in sovrappiù ».

Sento che il Signore mi vuole bene

Siamo al 3 dicembre 1954.
Al mattino la radio mette in allarme il mondo per la salute del Papa Pio XII. Don Calabria ne è informato da uno degli assistenti:
— Padre, bisogna pregare tanto per il Papa, perché sta molto male.

Don Calabria allarga le braccia, leva lo sguardo al cielo e con un filo di voce esclama:
— Offro ben volentieri la mia povera vita per lui.
Poi si raccoglie e prega.
A un tratto si scuote e dice — E’ accettata!

Il pomeriggio è un po’ più tranquillo. Sembra anzi assorto in un pensiero che lo consola. A un certo momento con grande serenità sospira:
«Sento che il Signore mi vuole tanto bene». Anche il pensiero della Mamma celeste gli dà fiducia, e quasi preso da un entusiasmo giovanile che meravigliò i presenti, si mise a canticchiare la nota canzone :— Quando penso alla mia sorte — che son figlio di Maria, — ogni affanno, o Madre mia, — s’allontana allor da me.

Dolcemente cade nel sonno, e si risveglia solo nella luce di Dio.